Carlo Verdone a Vanity Fair: "Cosa non mi va più di fare da quando ho passato i 65 anni".

01.06.2020

Quello che ho sempre ammirato in mio padre Mario è stata un'immensa passione per tutto ciò che fosse culturalmente valido, importante, da non perdere. Un ricercatore dello stupore. Aveva tanti di quegli interessi, che spaziavano dal cinema alla pittura, alla musica, al teatro e alla letteratura, che lo tenevano sempre occupato. Non voleva permettersi di sprecare un solo minuto della sua vita.

Scriveva per settimane intere nel suo studio libri o saggi sulle avanguardie storiche, su qualche autore cinematografico da riscoprire o da rivalutare e considerava i vari inviti per conferenze non solo in Italia ma soprattutto all'estero. Non riusciva proprio a dire NO, a tutti. Sia che l'invito provenisse dall'Armenia, dall'Australia o da Caltanissetta. Ai nostri rimproveri che non poteva sempre essere a disposizione di tutti, rispondeva candidamente: «Lo so, avete ragione... ma come faccio? Ci tengono...». Era un buono, disponibile con tutti, assolutamente incapace di declinare. Solo negli ultimi dieci anni della sua vita le forze non lo sostenevano più e, con rammarico, iniziò finalmente a porre fine a questi viaggi dove la fatica aveva preso il posto dell'entusiasmo. Dove anche la sua proverbiale convivialità si era ridotta al minimo. Perché vi ho raccontato questo? Perché alla fine io lo sto imitando, in tutto. Nel darmi agli altri con abnegazione, nelle ore passate a scrivere ininterrottamente soggetti, sceneggiature, prefazioni, introduzioni, articoli per quotidiani sugli argomenti più disparati. Nei viaggi continui su mie retrospettive, premi speciali alla carriera, lauree honoris causa etc... Per carità, sono segni di affetto se non di vero amore e stima, ma da qualche tempo non ho più la forza cerebrale e fisica di vivere nell'impegno perenne. Nel fare e nel disfare la valigia continuamente. Basta. C'è un tempo per tutto.

Dopo i sessantacinque anni (ma per alcuni anche prima) arrivano impietose le prime avvisaglie che il tuo fisico comincia a rifiutarsi di essere alleato dei tuoi desideri. I primi impietosi sintomi riguardano l'apparato osteoarticolare. Quando, illudendoti di esser ancora giovane, cominci a sentire che nel montare in motocicletta la gamba che deve scavalcare il sellino ti fa male all'inguine e all'altezza del femore, la diagnosi è presto fatta. Sta arrivando inesorabile l'artrosi dell'anca. Quando vedi un divano e anziché sederti normalmente ci cadi a piombo emettendo un leggero sfiato di sollievo, tipo «aaaah...», come ancor più pietoso sarà il movimento che farai per rialzarti (spesso con due tentativi, perché il primo probabilmente lo fallirai) sempre ripetendo uno sforzato «aaaah...», è il segnale che stai entrando nella fase senza ritorno degli antipertensivi, dei betabloccanti e della misurazione quotidiana della pressione. Questa fase, che anticipa la vera vecchiaia, non ha però solo tristi limitazioni ma ha anche i suoi vantaggi, delle piccole gioie. Si entra come una barca in un approdo sicuro dove il mare è calmo senza sbattimenti da una parte all'altra. C'è finalmente la riappropriazione del tuo tempo, solo tuo. E cominci, se ne sarai capace, ad acquisire quella pacatezza e quella filosoficariflessione su cosa ti va di fare e cosa non vorresti più fare. La grande maturità porta a voler più bene a te stesso, al tuo tempo e finalmente atrovare il coraggio di dire quei «no» che per troppa disponibilità non sei stato capace mai di dire. Per generosità, per rispetto, per non offendere un amico. Ma come ho detto prima c'è un tempo per tutto. E ora vorrei averne più per me. Ne ho diritto e sinceramente penso di meritarmelo.

Quello che non vorrei più fare? Provo di getto a stilare una classifica.

1) Le interviste dove il giornalista esordisce puntualmente con: «Verdone, lei che è un noto ipocondriaco, come affronta...». Alla parola «ipocondriaco» avrei voglia di spaccargli il telefono in testa.

2) Andare ai vernissage dove non riesco a vedere una sola opera esposta ma solo una folla ammassata di amici, conoscenti, gente sconosciuta che si presenta e non capisco chi è per l'assordante chiacchiericcio. Serate inutili e faticose dove mi ritrovo non meno di dieci biglietti da visita in mano. E non ho visto nemmeno un quadro.

3) Andare alle tavolate di una certa eleganza dove non si riesce a cenare all'ora prevista perché, come al solito, la coppia più importante arriva con un'ora di ritardo. Questa è una delle peggiori torture perché rientrerò a casa non prima dell'una di notte con la cena sullo stomaco e un bicchiere di bicarbonato prima di sfondare il letto. E dormirò male.

4) Andare a premiazioni che dovrebbero essere importanti, dove i vincitori sono in pantaloni sgualciti, scarpe sfondate, maglietta e giacca trasandata. E io sono l'unico col vestito scuro e la cravatta. E magari non ho vinto niente.

5) Andare alle anteprime dei film dove la proiezione inizia regolarmente con un'ora e mezzo di ritardo. E nonostante questo c'è ancora qualcuno che deve prendere posto in sala a inizio film.

6) Rispondere al telefono ad amici, o ad amici degli amici, che mi chiedono il nome di un luminare per una visita urgente, sapendo che li conosco tutti. Premuroso come sono, chiamo il medico o chirurgo e fisso a tempo di record l'appuntamento. Il risultato è sempre lo stesso: non si presentano. E colleziono figuracce su figuracce.

7) Sono stanco di non trovare il coraggio di dire la verità a un amico autore cinematografico o letterario se ha fatto, o scritto, una boiata. Gli va detta la verità. «No, non mi è piaciuto!». Non voglio più essere un ruffiano ma un amico.

8) Se nella lettura di un libro o di un articolo leggo la frase «un silenzio assordante...» prendo il volume o il quotidiano e lo butto nel cestino al volo.

9) Voglio cancellare dalla rubrica tutti quelli che mi chiedono favori su favori, senza nemmeno azzardare un «Come stai?». Di come sto a molti non gliene frega niente. Anche se non ci sentiamo da un anno.

10) Non ho più voglia di frequentare persone ossessionate dal parlare di se stesse, di quello che stanno preparando, del premio che hanno ricevuto, dell'articolo che è uscito su di loro, di quello che si è dimenticato di citarli, di quello stronzo che ce l'ha con loro, dell'incasso che hanno fatto, del contratto che hanno firmato per cinque anni... monologhi stremanti dove trionfa un ego smisurato senza alcun contraddittorio.

Ecco, questa è solo una parte delle cose che alla mia età non ho più voglia di fare, ascoltare e vedere. Perché portano via tempo, ti avvolgono nella noia e spesso in un'insopportabile banalità. Ora però è il caso che io parli chiaramente di quello di cui ho bisogno. Ho bisogno di essere arricchito interiormente, culturalmente, spiritualmente, moralmente. Ho bisogno di imparare da qualcuno che mi insegni qualcosa anche quando sta zitto. Quelle grandi persone che fatico a trovare nella folle megalomane presunzione del mondo attuale. Ce ne sono. Ma sono veramente poche.

Vanity Fair