Settant'anni "Troppo forti", tanti auguri al grande Carlo Verdone.

17.11.2020

Settant'anni «so' tanti ma la mente è lucida, lo spirito positivo e le anche robuste. La corsa continua!». L'ha scritto sul suo profilo Instagram Carlo Verdone, nato a Roma il 17 novembre 1950, annunciando il suo compleanno numero 70 dopo l'intervento alle anche subito lo scorso settembre perché «non ero più in grado di camminare». Ventisette film da regista, trentanove da attore, con l'ultima fatica Si vive una volta sola fermata due volte dal Covid (non sarà in sala prima del 2021), Verdone vanta quarant'anni di carriera sul grande schermo premiata con un'infinità di riconoscimenti, tra cui nove David di Donatello.

E pensare che «l'ultimo mestiere che pensavo da fare da grande era l'attore»: «Sono sempre stato un ragazzo molto timido». Figlio di Rossana e dello storico del cinema Mario, si ritrovò il padre come professore all'università: «Mi dava del lei. Tutti ridevano alle mie spalle. Sapeva che ero preparato su Bergman, mi chiese tutto su Pabst. Feci scena muta. "Si ripresenti alla prossima occasione" mi fece. Una figura di merda».

Furono proprio i genitori a spingere il timido Carlo a frequentare il suo quartiere, Trastevere, «cercando di intercettare quei tic, quella particolarità che poi ripetevo durante il pranzo». Le prime cose le ha fatte con suo fratello Luca nel teatro dell'Università. Ma quando arrivò il giorno del debutto al teatro Alberichino di Roma l'allora ventisettenne Verdone fu preso dal panico: «Non volevo presentarmi alla prima, avevo paura di essere inadeguato e troppo emotivo. Avevo paura di dimenticare le battute dei monologhi, ero convinto di non avere il talento necessario per stare su un piccolo palcoscenico con i critici davanti». Da qui, l'idea di dare forfait, dichiarandosi malato. Mamma Rossana, però, fu intransigente: «Si alzò dalla scrivania, mi prese per il collo e mi spinse fino alla porta di casa...Aprì con violenza la porta di casa e mi diede un calcio nel sedere, buttandomi fuori. Mi lanciò il giubbotto sulle scale e disse: "Piantala di fare il cacasotto! Vai subito al teatro, fregnone! ... Un giorno mi ringrazierai!"»

Il resto è una storia di successi. La vita di Carlo, però, «non è stata una passeggiata». L'attore lo ha raccontato lo scorso gennaio a Vanity Fair che gli ha dedicato la copertina: «Sotto tanti aspetti, un uomo molto fortunato. È successo tutto quello che sognavo potesse succedere. Però poi se rifletto, non è vero che non abbia avuto momenti di grande difficoltà». Come quando mamma Rossana, morta nel 1984, «si è ammalata di una sindrome neurologica rara e spietata. Per me furono quattro anni di merda. Era la persona a cui volevo più bene al mondo, la vedevo sfiorire e il solo guardarla mi faceva disperare. Era arrivata a pesare 39 chili. Con la tristezza e il cuore rotto, dovevo continuare a far ridere e la scissione era brutale. Durante il giorno giravo Acqua e sapone e al tramonto tornavo da lei. Nuotare tra Natasha Hovey, la Sora Lella, Padre Spinetti e il dolore reale fu un'esperienza tremenda. Stavo perdendo mia madre e mi ricordo che faticavo a perdonarmi perché desideravo morisse il prima possibile. Non si poteva vedere una persona ridotta così. Non si poteva accettare di sapere che soffrisse così tanto».

Tra i momenti tristi Verdone ha ricordato anche la separazione dalla moglie Gianna Scarpelli, con cui è stato sposato sedici anni (dal 1980 al 1996) e da cui ha avuto due figli: Giulia (nata nel 1986) e Paolo (1988). «Il giorno in cui io e Gianna andammo in tribunale per le pratiche mi presentai senza legale. Il giudice era sconvolto: "Ma lei non ha un avvocato?". Implicitamente mi stava dicendo: "Guardi che sua moglie vincerà su tutta la linea". Lo anticipai: "Decida lei, per me non è cambiato niente". Fu brutto, ma Gianna si dimostrò speciale. Accettai ogni decisione senza fiatare e poi alla fine della liturgia lei si avvicinò: "Che fai quest'estate? Parti? Hai programmi?". Allargai le braccia. "Cosa vuoi che faccia?". "Io vado in Sardegna con i bambini, se non hai niente da fare vieni, loro saranno contenti". Aveva già prenotato una stanza perché sapeva che le avrei detto di sì. Fu una cosa molto bella».

VanityFair